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iscarlets.

In tutto questo procedere a tentoni dentro una innovazione tecnologica che non si riesce a comprendere appieno, il Governo Monti si avvicina a piccoli passi a quelli che lo hanno preceduto, azzera rapidamente le illusioni di molti su un governo di tecnici che potesse dettare un approccio laico ai temi in discussione, dove per approccio laico, per lo meno in ambito tecnologico, si intende smetterla finalmente di trattare da primi della classe argomenti nei quali si è invece da anni gli ultimi.

rythms.

La prima cosa a cui ho pensato, mentre guardavo e ascoltavo, e dopo ancora, è che noi - tutti, la maggior parte di noi, me compreso e per primo - non sappiamo niente.

Non abbiamo idea di come funzionano le cose, di come sono fatte, di cosa succede, di cosa le rende possibili. I più acuti osservano i risultati finali - senza conoscere il processo - e formulano pareri, giudizi, opinioni. Spesso nel farlo stabiliscono alternative possibili, miglioramenti, forme diverse da prendere in considerazione. Il temuto dibattito, la polemica.

Ma senza sapere, e basandosi solo sulla propria esperienza quotidiana. Si tratta di empirismo, è la sensazione di sapere le cose. Spesso - quasi sempre - è una sensazione sbagliata.

apogeonline {26 aprile}.

Tendiamo tutti a polarizzare e semplificare. Stabilire chi ammazzerà chi è una tentazione molto forte (e radicalizza il dibattito, aumenta le visite e i commenti). Immaginare dispositivi unificanti è altrettanto naturale, così come procedere per sostituzioni: questo va al posto di quello. D’altra parte sembra che le cose non stiano così: in un contesto di abbondanza la fruizione si frammenta, cerchiamo istintivamente la soluzione migliore alle diverse esigenze. A volte è carta, a volte è il telefono, il computer, il tablet, l’ereader. A volte è un video, una conversazione, un videogame. Sarebbe bello limitare le schematizzazioni, non ridurre troppo la complessità.

Il resto qui.

That might offer an indication of where the battle really has to be fought. Appropriately enough for the defence of this precious utopia, for now at least this must be a battle between philosophies. To protect the web’s founding principle is a matter of what Tim Berners-Lee would call citizen vigilance, of restraining by openness itself the continual pressure for a closed-down, privately owned cyberspace that is the inevitable product of those internet Cecil Rhodes who would like to fence in the riches of the virtual world. It must be a web not for the consumer, but for the citizen.

ssssh.

And I realize how entitled this may sound — but not being able to point means it feels like the text is not really out there. Like it doesn’t exist.

Da un po’ di tempo Craig Mod ha ripreso a scrivere sul suo blog.
Io sono molto contento perché Craig Mod è uno che quando scrive o dice qualcosa è meglio zittirsi ed ascoltare.

To not exist digitally means to be walled off. Silo’d. Unpointable. It means a text feels flat or lifeless or limp. Unnetworked (even if it’s on the network). It’s means to not be part of that growing corpus. Which, today, feels more damning than ever.

Una delle cose più belle di internet - di vivere oggi - è la possiblità che ci è data di scorgere la nascita delle idee, il loro movimento comune, il modo in cui esistono, si formano, danno vita a strutture.

Foucault avrebbe parlato di discorsi, io mi limito a constatare come alcune parole abbiano iniziato - da un po’ - a essere ricorrenti nelle argomentazioni e nelle riflessioni di chi si occupa di editoria digitale, e ha voglia di spostare più in là il confine.

All’inizio - come sempre - è un pensiero vago, diffuso. Network è una buona parola per riassumere tutto. Cosa succede dentro, fuori, di lato. Lo spostamento da io a noi, o una nuova semantica dell’io.

Magari se riesco a chiarirmi ci penso e ci torno.
Intanto, leggetevi Craig Mod (le cose di ora e quelle vecchie, tutte). 

hypercorpi.

We think of “going online” and “using the internet” as almost like another country that we visit. But in another decade or two, this may look more like wearable technology and bio-implants, where the internet is more of us.

Da leggere tutto il pezzo (When the Web is the World, su if:book Australia), quando dice ad esempio che

To consider the future of books, we must imagine the future of media. We must imagine the future of the web. And for that we must lift the veil and step into the post-digital.

Ma al di là di tutto - delle day to day operations, delle startup tecnologiche, della retorica, della necessità di esistere ancora (per quanto?) in un mondo dotato di confini, del vendere file, licenze, applicazioni, accessi - al di là di tutto e sopra ogni altra cosa è la potenza della visione - non aziendale - che traspare per pochi istanti: il mondo iperconnesso, la connettività data per scontata, come infrastruttura, la struttura dei nostri corpi, mutata.

Dietro la curva ci siamo noi che non siamo più noi (se non fa troppa paura guardare, si scorge già).

Chi se ne frega dei libri, poi, quando siamo a quel punto lì.

What we are coming to realise is that no one thing can pick up where the book left off; instead it is everything, all of our networks, our services, our devices, the internet plus everything else, which will carry literature forward. Literature is unique among art forms in that it is enacted entirely in the minds of author and reader; a psychic dance. Literature is everything, and thus everything must be employed in its support. And publishers, so long accustomed to doing a couple of things well, are adrift in a world that needs them to do everything — or GTFO.

funziona.

Scrive il Guardian che l’applicazione web del Financial Times avrebbe superato i due milioni di utenti.

The app was launched in June 2011 in response to Apple’s introduction of new rules governing subscription-based iOS apps.

In August 2011, FT.com managing director Rob Grimshaw told The Guardian that the web-app attracted more traffic in its first week than from the FT’s native app, which has since been removed from Apple’s App Store.

He also said that switching to HTML5 wasn’t just about a spat with Apple, but was an attempt to ensure the FT could scale quickly across different devices and platforms.

“The origins of the web app come from thinking more broadly about our mobile strategy, and particularly how we are going to cope with developing for numerous different platforms,” he said.

A quanto pare le cose fatte bene funzionano :)
Il FT ha rimosso l’applicazione nativa dall’App Store e non sembra essere particolarmente dispiaciuto: si è riappropriato dei suoi dati (e dei dati dei suoi utenti) ed è in grado di sviluppare un flusso di lavoro più equilibrato e scalabile sui diversi dispositivi.
Inoltre - cosa non da poco - non deve più il 30% a Apple.

Ovviamente il FT è il FT e un sacco di gente invece non è nessuno (si potrebbe pensare). Ma la voce si sta spargendo, e la voce dice che questa cosa delle applicazioni web a quanto pare funziona. 

Tutto questo ovviamente mi riempie di gioia. Resta una domanda, a cui assolutamente non riesco a dare una risposta: perché l’accesso alla’applicazione web è ristretto ai dispositivi mobili?

Non capisco.

vuol dire essere sempre uguali da mille anni, crescere con l’incubo della responsabilità, aspettarsi soluzioni, adagiarsi sulla metrica del no; poi credere di essere capaci di incredibili slogan che però nascono da una profonda sottocultura ed incapacità di analisi e comprensione del testo, e/o delle complessità che vi contornano.

hello, world.

perché uno si apre un blog nel 2012?
non erano tutti morti, i blog?

per quel che mi riguarda, spero di no.